
Andrew Iacobucci
lucky days never come loudly
Lucky days never come loudly
Lucky days never come loudly. Cosa vuol dire? Il titolo potrebbe richiamare le esperienze personali dell’artista. Di fronte a un’opera viene spontaneo chiedersi che cosa vi si annidi dietro. Un trauma? Un episodio di vita? Un sogno ricorrente? Una tensione emotiva che ha cercato una forma? Questo modo di guardare l’arte è il lascito, stanco ma tenace, del grande mito romantico: la credenza che l’opera sia il frutto del genio creativo dell’autore; puro frutto di un’espressione liberata da ogni limite. Ma anche se il titolo non fosse altro che un fatto privato dell’artista, le parole non si limitano a dire qualcosa; fanno anche qualcosa a ciò che dicono. Dispongono il mondo in una certa luce, attribuiscono un certo peso agli eventi, li fanno esistere dentro un significato possibile. L’artista racconta che quella sequenza di parole viene da un biglietto trovato in un biscotto della fortuna in Cina: un oggetto che cerca di mascherare la propria insignificanza con un’aria un poco ironica, un poco oracolare, e che in questo caso diventa rivelazione. Il foglietto estratto dal biscotto funziona allora come pretesto per cercare senso nelle cose attraverso associazioni, per aprire interpretazioni possibili, per condividere mitologie private. Il titolo mette in scena un “oltre” in cui i giorni fortunati non si annunciano con frastuono, ma arrivano quasi di soppiatto. Possiamo allora immaginare di entrare anche noi in questo “oltre”, come chi prova a tradurre un linguaggio che non governa del tutto e si dà il compito di trasformarlo in discorso razionale. È la posizione di chi osserva e di chi narra. Attrae e mette a disagio, somiglia alla situazione in cui cerchiamo di capire il sogno di un altro e ci tocca dare forma a un immaginario che non ci appartiene. Vediamo le immagini, ma non abbiamo un codice privilegiato per capirle o per spiegarle. La domanda che resta sospesa su Lucky days never come loudly è semplice e diretta: di che cosa sto parlando, esattamente? È un dubbio che riguarda anzitutto l’autore, ma che inevitabilmente riguarda anche noi che osserviamo.
Lucky days never come loudly è composta da diversi lavori. “dreamlands (notebook from Tianjin)”, “perché le analogie sono sempre deluse”, “premi quando la luce si accende (in silenzio)”, “minor errors abound”, “four chairs and a table”, “so… who won?,”, “the fortune teller” accompagnati da due “untitled”. Sogni, analogie che non tornano, interruttori della luce, un gruppo di sedie e un tavolo, una domanda da fine partita. A primo sguardo, tutto questo appare come un piccolo sistema di rimandi, un catalogo di oggetti e di episodi elementari che appartengono alla vita di tutti i giorni. Sono presenze che attraversano una giornata qualunque e non reclamano memoria. Potremmo quindi essere tentati di leggere i titoli come chiavi d’accesso alle opere: etichette che indicano dove mettere l’accento per interpretare l’immagine. Questa intestazione orienta, delimita un campo, suggerisce un tono emotivo e cognitivo, invitandoci a entrare nell’opera. Ma nello stesso momento in cui il titolo sembra offrire un appiglio, qualcosa comincia a sfuggire. La mostra stessa lo segnala con chiarezza. Le due opere senza titolo incrinano l’ordine nominale che sembrava valido per tutte le altre e lasciano intravedere che nessuna parola riesce ad assegnare significati del tutto stabili alle immagini, che ogni nome arriva sempre un istante dopo ciò che accade sulla tela. Allora proviamo un’altra strada. Dalla parola passiamo alla disposizione della pittura nello spazio, dalla promessa di racconto iscritta nei nomi delle opere passiamo al dominio del colore e della materia. Osserviamo il tipo di contrasto tra le campiture, il modo in cui il filo attraversa la trama del tessuto, il peso che ogni segno esercita sugli altri. Notiamo la grana della tela, lo spessore della fibra, il lavoro del ricamo, la superficie che l’ago perfora più e più volte. Forse il punto sta nella semplicità di tutto questo. Nell’opera non c’è nulla di arcano o di esoterico. Filo e ricamo costruiscono immagini che l’occhio impara a seguire poco alla volta; è un mondo visivo che nasce dalla tensione tra l’energia dell’espressività artistica e la resistenza concreta del supporto. In quel contatto prende forma ciò che vediamo, mentre le parole arrivano dopo, come tentativi di raggiungerlo.
Lucky days never come loudly: il titolo, però, rimane. Questa frase non indica soltanto una serie, la organizza. È il modo in cui un gruppo di lavori viene disposto, nominato e presentato come una sequenza leggibile. Le parole dicono: “i giorni fortunati non arrivano mai in modo clamoroso”. Anche questa asserzione sembra essere comparsa senza fanfara, come un appunto trovato per caso in un biscotto. Forse è l’arte stessa a funzionare così; si presenta senza annuncio, con un’immagine o una figura che insiste e chiede nuove forme per riapparire. Lo stesso tema attraversa tutte le tele, si traveste, cambia di tono, ma resta riconoscibile. Per questo è utile guardarle l’una accanto all’altra, come si legge un termine all’interno di una frase, nel suo contesto e nelle relazioni con le parole vicine. Ma ogni singolo oggetto resta anche irriducibilmente diverso dagli altri, proprio come i vocaboli che compongono una frase hanno significati molteplici. Fortunato/fortunati è uno di questi: porta con sé la sorte, il caso, l’occasione—e insieme l’idea di un ‘essere dotati di’ qualcosa che non si possiede per merito. Indica una condizione? Un semplice aggettivo alla ricerca di un sostantivo? Addirittura, potrebbe essere un nome proprio che rinvia a una storia personale o a una tradizione, ad esempio Depero. In questo stato sospeso nascono associazioni che nessuno può governare del tutto. Una figura autonoma, una volta nominata, continua a produrre significati che si diramano a partire dal nome e si modificano nel rapporto che ogni osservatore intrattiene con essa. È una relazione tra l’opera singola e la serie di cui fa parte, tra l’uno e il tutto, e non fa che alimentare l’equivocità dell’arte. Come descrivere tutto questo? Il linguaggio di chi parla e di chi scrive tende, per natura, a chiudere il significato. È il paradossale successo della teoria e della critica, che coincide con il loro fallimento strutturale. Nominare equivale a verificare, ogni volta, l’impossibilità di una nominazione definitiva. Ma è proprio questo limite a costituire la parte più viva dell’esperienza estetica. Il problema non consiste nel capire o nel non capire l’opera. L’arte non ha nulla a che fare con questa alternativa. Siamo noi a entrare nell’astrazione dell’arte, collegando e scollegando, spostando gli accenti, descrivendo e interpretando.
Lucky days never come loudly. Dare valore alle forme, riconoscerle come soglie da cui affiorano interi domini di riferimento, è un colpo di fortuna che arriva quasi per caso, ma pretende un certo rigore. Perché ciò che accade acquisti un senso nella nostra vita, occorre interpretarlo, fermarsi davanti all’evento, rivolgergli domande, concedergli tempo, lasciarlo decantare fino a quando l’esperienza non assume una figura chiara e riconoscibile nella memoria. Lo stesso accade con l’arte e con il suo significato. Ogni segno si presenta come evento isolato, autosufficiente, ma comincia a farsi significativo soltanto dentro una trama di relazioni che lo precedono, lo accompagnano, lo seguono, lo contraddicono o lo confermano. Ma, nel momento in cui la parola tenta di catturare questa trama, affiora un’aporia. Il linguaggio che nomina tende a irrigidire, a fissare, a categorizzare, a trasformare la differenza in formula. L’argomentazione prende facilmente gusto a rincorrersi, alimenta il proprio gioco linguistico, celebra le proprie mosse interpretative, spinge le parole sempre più lontano dalla figura che dichiara di voler descrivere. In questo spazio teorico possono nascere ragionamenti stanchi e ripetitivi; oppure possono maturare esiti culturali altissimi, quando quel gioco della lingua si trasforma in un’amicizia-amore per il sapere, in quella philo-sophia che rifiuta il primo senso disponibile delle cose e continua a metterlo alla prova, a verificarlo ogni volta di nuovo, come se non fosse mai definitivamente deciso. Ma su questo si dovrebbe aprire un altro discorso, nel senso più letterale del termine. Qui resta una vaga certezza: nel momento in cui ogni appiglio stabile di senso si allenta, se il discorso comincia a compiacersi di sé stesso, quando ci troviamo di fronte all’arte, accanto a noi rimangono compagni discreti. Sono la forma, i materiali, i colori. Non promettono nulla, non proclamano nulla, eppure tengono insieme tutto. Si presentano alla nostra coscienza come figure e possibilità di senso ogni volta che lasciamo loro spazio per parlare, in un rapporto che ognuno instaura a modo proprio e che tuttavia resta intrecciato con quello degli altri, come se ogni sguardo aggiungesse una sfumatura alla stessa immagine. La fortuna dell’arte coincide con questa continua ri-presentazione: i lucky days, appunto, non parlano ad alta voce.
Giacomo Pala






















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